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Leggo “Esci da quella stanza” di Pellai e Tamborini e mi chiedo… quando abbiamo iniziato a realizzare che la porta della camera dei nostri figli non fosse una porta qualsiasi?

È un portone blindato! Serratura multipla e chiavi smarrite!!!

Da una parte noi, con la cena pronta. Dall’altra loro, con la luce blu che sembra sempre notte…

La guardi e ti convinci che è solo legno… in realtà sembra cemento armato.

È una frontiera. Tu bussi, e ti risponde più facilmente un reel che tuo figlio.

Bussi ancora, niente. 

Bussi e reciti il Rosario con il suo nome… niente. 

Provi col ricatto emotivo (papà sta andando a lavorare, vieni a salutare che tornerà tardi).

Provi con il ricatto goloso (“la pasta si fredda!” e “ho preparato il tuo dolce preferito”). NIENTE.

Alla fine ti arrendi e pensi…. “forse per rivederli serve l’intervento dei vigili del fuoco?!”.

E alla fine ti accorgi che quella oltre la porta non è nemmeno una stanza, è il caveau della Banca d’Italia, con combinazione segreta e allarme incorporato.

E in quel silenzio sconfortante, tra il portone blindato e il caveau impenetrabile, ti fai la domanda più scomoda.

Sarà solo adolescenza o stiamo consegnando l’infanzia a un algoritmo?

Alberto Pellai e Barbara Tamborini partono da quella soglia, per scrivere “Esci da quella stanza. Come e perché riportare i nostri figli nel mondo“.

Non predicano, non allarmano. 

Ti guardano e sembrano dire di stare tranquilla: ci siamo passati anche noi!

In “Esci da quella stanza” di Pellai e Tamborini, gli autori trovano un modo efficace per ricordarci che educare non è un superpotere… è un mestiere che richiede costanza, errori, riprese, e una buona dose di ironia.

«Che cosa temi dunque, signora?», egli domandò.
«Una gabbia», ella rispose. «Rimanere chiusa dietro le sbarre finché il tempo e l’età ne avranno fatto un’abitudine, e ogni possibilità di compiere grandi azioni sarà per sempre scomparsa»

(J.R.R. Tolkien, Il signore degli anelli)

La stanza è un luogo, ma anche una scusa

Certo, c’è il letto, la scrivania, tanti simpatici peluche Trudi… il telefono sempre acceso.

Ma con “Esci da quella stanza” di Pellai e Tamborini ci accorgeremo che la stanza è anche la metafora del ritiro con le notifiche che ipnotizzano, la pigrizia nostra di adulti che, pur di evitare una lite, lasciamo che lo schermo diventi babysitter.

E la domanda, inevitabile, è “quanto di quella porta l’abbiamo chiusa noi? “ (Spoiler: più di quanto vorremmo ammettere).

Scienza che sa di vita

Il pregio del libro è che i due autori non si limitano a descrivere il problema.

Portano ricerche neuroscientifiche sulla plasticità cerebrale e sull’impatto delle “ricompense digitali”.

Spiegano, ad esempio, che la noia non è un nemico ma un allenamento delle funzioni esecutive; che il gioco libero sviluppa capacità sociali più di mille laboratori programmati; che uscire di casa è un esercizio di autonomia simile a quello descritto da Maria Montessori quando parlava di “ambiente preparato”.

Leggi e pensi: ah, quindi non sono solo io che imploro “vai a giocare fuori” come se fosse un atto rivoluzionario.

La mia infanzia, porte chiuse al contrario

Io, da bambina, con la porta chiusa ho un rapporto quasi comico.

Mia madre me la chiudeva per farmi stare dentro. Io volevo sempre stare fuori, nel cortile, tra biciclette sbilenche e ginocchia sbucciate, a inventare giochi che oggi verrebbero archiviati come “rischiosi”.

Lei mi sigillava in camera per far sì che almeno un compito lo facessi seduta, e io — piccola Houdini con il caschetto — trovavo ogni pretesto per evadere.

Il pomeriggio era una trattativa continua: “solo dieci minuti ancora” gridavo da fuori al richiamo del “torna dentro”, come se la vita vera stesse sempre dalla parte opposta della porta.

E quando arrivava una nota da scuola, non c’era il teatrino delle giustificazioni ai danni dell’insegnante.

Mia madre non ha mai osato contraddirne uno.

Niente WhatsApp infuocati, niente “maestra, mio figlio dice che…”. Non si conosceva nemmeno il numero di telefono degli insegnanti. 

La scuola era alleata, non nemica: una compatta linea di adulti che parlavano tra loro sopra le nostre teste di bambini — e non era un male, era rassicurante.

Forse è lì che ho imparato che l’autorità non è un sopruso, è una rete di protezione.

Una cassetta degli attrezzi (che non sembra un manuale)

Ecco perché il libro mi ha colpito.

Non ti dice “butta via il telefono” (impossibile, a meno di fingere di vivere nel 1993).

Ti suggerisce gesti concreti: pranzi condivisi — rito antropologico prima ancora che familiare, direbbe Lévi-Strauss — limiti chiari e motivati, piccoli riti quotidiani che rimettono al centro la relazione.

Suggerimenti che hanno il pregio di non sembrare imposizioni.

Tipo: riportate a tavola il pranzo. Sembra vintage, ma funziona.

Hai presente una farfalla dentro una bolla di sapone? Vive in un mondo colorato ma non tocca più i fiori.
Succede così quando ti innamori della tua gabbia e perdi di vista il mondo.

(Fabrizio Caramagna)

Perché leggerlo anche se pensi di avere tutto sotto controllo

Perché il controllo, diciamolo, è una parola sopravvalutata.

I ragazzi crescono, le app pure.

Questo libro non promette di fermare il tempo, ma di farti compagnia mentre impari a stare nel cambiamento.

È un invito a tentare di uscire insieme, senza demonizzare la tecnologia, ma liberarsi per non farsi colonizzare da essa. 

Educare dal latino educěre «trarre fuori» 

Ho chiuso Esci da quella stanza con una sensazione precisa: educare è un verbo che si coniuga con pazienza.

E forse occorre che l’uscita non sia solo quella dei nostri figli, ma anche la nostra.

Uscire, soprattutto, dalla comoda illusione che basti una regola per crescere una persona, e rientrare nel mondo reale fatto di esempi.

Trarre fuori una serie di pratiche che abbiamo messo da parte, chiuse a doppia mandata da un “non ho tutto questo tempo”.

Tempo per apparecchiare insieme, anche se la tavola non verrà mai fotografata da Elle Decor.

Tempo per una passeggiata senza meta, che vale più di dieci ore di organizzazione serrata tra sport e ripetizioni.

Tempo per ascoltare un racconto sconclusionato senza interrompere con “Sbrigati!”.

Tempo per insegnare a fare la spesa, non per necessità ma perché il mondo comincia dal banco del supermercato.

Tempo per raccontare la propria infanzia, non come un “ai miei tempi” ma come un “anche io ho inciampato, ed è stato formativo”.

Tempo per ridere, e non solo delle battute riuscite.

Sono gesti piccoli, quasi banali, ma hanno un effetto collaterale devastante. Ti obbligano a esserci davvero.

E questo, più che mille regole, è ciò che resta.

Perché a crescere un figlio non è la frase detta dall’alto della nostra autorità improvvisata. È la vita che gli mettiamo davanti, giorno dopo giorno, con tutto il nostro essere incoerenti, stanchi, eppure presenti.

Il resto — lo sappiamo — lo faranno loro.

Noi possiamo solo aprire quella porta, sapendo che non sempre troveremo i nostri figli dietro. A volte saranno già usciti, altre volte ci lasceranno in attesa. Magari saranno loro ad aprirla per primi, quando vorranno raccontarci qualcosa o chiedere un consiglio che non si trova su Google.

E il libro “Esci da quella stanza” di Pellai e Tamborini ci accompagna proprio lì, in quel varco sottile tra la loro libertà e la nostra presenza.

È un’opera formativa, che non pretende di avere soluzioni assolute ma che, pagina dopo pagina, restituisce coraggio.

Coraggio di non arrenderci alla tecnologia come unico linguaggio,

coraggio di ricucire con gesti semplici,

coraggio di tornare a credere che la relazione sia la vera infrastruttura della crescita.

Salvina Cimino

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Immagine Cover

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SCHEDA TECNICA

📘 Titolo: Esci da quella stanza. Come e perché riportare i nostri figli nel mondo

✍️ Autori: Alberto Pellai e Barbara Tamborini

🏛 Casa editrice: Mondadori | 📅 Anno: 2025

📚 Genere: Psicologia / Educazione | 🗒 Pagine: 192

💰 Prezzo: €18,05 (rilegato) | €12,99 (eBook)

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